venerdì 20 aprile 2012

La profonda crisi del Pd











di Francesco Curridori
  



martedì 21 settembre 2010

Walter Veltroni, nel 2008, come leader del centrosinistra, portò il Partito Democratico al 33,7% e fece eleggere ben 325 parlamentari. Ora di questi 325 solo 75 hanno sottoscritto il documento redatto in questi giorni dalla minoranza del partito guidata dall’ex sindaco di Roma. La più alta poltrona del Campidoglio sembra non portare bene a chi decide di sfidare Berlusconi alle politiche. Francesco Rutelli, che nel 2001 sfidò il premier, nel corso degli ultimi anni è stato emarginato dentro il Pd ed ora guida un partito che, secondo i sondaggi, sfiora a malapena l’un per cento.
Ma, volendo tralasciare gli excursus storici, resta il fatto che, personalità come Dario Franceschini e Piero Fassino abbiano cambiato corrente nel giro di appena un anno dal congresso che ha eletto Pierluigi Bersani segretario. Ecco quindi che, anche se non ci sarà una vera e propria scissione, si intravede un futuro sempre più funesto per il Pd, primo partito d’opposizione. Primo si, ma anche molto debole, come ricordano i veltroniani nel loro documento. Il Pd vive nel pieno di un paradosso: «è riuscito ad ottenere quasi il 34 per cento dei voti nel momento di massima difficoltà per il centrosinistra e di massimo consenso al berlusconismo e fatica oggi a stare sopra il 25 per cento, in piena crisi politica del centrodestra». Ammesso e non concesso che la crisi del centrodestra sia così grave da non poter essere superata, agli occhi degli italiani la crisi della sinistra appare grande come una trave.
La gente comune non si capacita di come sia possibile che nel momento in cui è in atto una spaccatura tra i fondatori del Pdl, si verifichi una situazione analoga anche a sinistra. Il «documento dei 75», sebbene nei primi 5 punti sia sostanzialmente in linea col partito nell’opposizione al governo Berlusconi, nelle sue parti finali smonta tutta l’impostazione politica dalemo-bersaniana. L’attuale classe dirigente del partito viene accusata di scarso coraggio e di oscillare tra un’ipotesi «neo-frontista» ed una «vetero-centrista». Come si spiega nel documento la prima «punta a raccogliere lo schieramento quantitativamente più vasto, talmente vasto da avere in comune solo l’avversario: un errore strategico, che in passato il centrosinistra ha già pagato caro, in termini di tenuta, di affidabilità, di credibilità, di autorevolezza». La seconda propone «una riedizione di un modello di sistema politico che assegna a tavolino la rappresentanza dei delusi dal berlusconismo a un polo moderato, spinto da sinistra a giocare una partita di autonomia e convenzionalmente abilitato ad esercitare un ruolo di perno nella evoluzione del quadro politico italiano. Da qui i rischi di trasformismo…». Secondo gli oppositori alla linea veltroniana della vocazione maggioritaria (che nel documento rimane ancora una formula priva di un concreto significato), c’è da chiedersi se Veltroni è tanto ingenuo da pensare che Berlusconi si possa battere correndo «da soli». Ma, a mio avviso, c’è da chiedersi anche come un elettore moderato possa scegliere di votare un’Unione di Centro alleata con la sinistra? Da questo punto di vista, perciò, Veltroni non avrebbe tutti i torti ad opporsi all’ipotesi «vetero-centrista», ma appare altresì presuntuoso ed inverosimile immaginare che il Partito democratico possa captare da solo l’elettorato moderato. Si ricordi, infatti, che molti esponenti cattolici nel corso di questi due anni sono passati dal Pd all’Udc o all’Alleanza per l’Italia di Rutelli.
Insomma se Atene piange, Sparta non ride. ll centrodestra sta risolvendo la sua crisi sfruttando proprio la debolezza della sinistra attaccandola dal suo cuore nevralgico: il centro. E poco importa se Enrico Letta pensa di risolvere la crisi interna al Pd negando la necessità di trovare un nuovo Prodi in quanto «un Prodi c’è già ed è Bersani». Un Bersani che ha avviato la campagna «rimbocchiamoci le maniche» incurante di ciò che avviene nel suo schieramento. Circondato com’è da Vendola e da Veltroni, forse sarà proprio lui a chiedere ospitalità ad un Papa straniero per salvarsi dalle grinfie dei suoi avversari.

L'eterna lotta tra massimalisti e riformisti dilania il Pd



di Francesco Curridori
  
venerdì 17 settembre 2010

Ormai raccontare le vicende del Partito democratico è come sparare sulla croce rossa. Dalle politiche del 2008 in poi tutti i titoli dei maggiori quotidiani italiani sono stati perlopiù: Pd in stato confusionale. Alla lunga questa finisce per diventare una frase fatta ma è la più adatta per descrivere l'attuale situazione del primo partito d'opposizione. Non serviva la sfera di cristallo per pronosticare quello che sarebbe potuto succedere e che ora puntualmente si sta verificando, ossia il risveglio ufficiale della minoranza interna guidata da Walter Veltroni.
Apparentemente potrebbe sembrare una semplice lotta di potere tra due correnti in contrasto da più di vent'anni, ma in realtà la contesa tra i «democrat» veltroniani e gli «ulivisti» dalemiani non è altro che l'eterna lotta tra riformisti e massimalisti. Solo che nella sinistra italiana postmoderna, quella del dopo 1989 per intenderci, chi vuole prendere il potere assume di volta in volta l'uno o l'altro ruolo. A seconda del momento politico contingente chi guida l'opposizione interna al partito (sia esso Pds, Ds o Pd) decide se è il caso di assumere una linea più riformista, che escluda quindi i partiti di estrema sinistra, o viceversa scelga la via dell'Ulivo o dell'Unione e proponga di inglobare nella coalizione chiunque si opponga al «regime berlusconiano».
Le formule politiche come «la vocazione maggioritaria» o il «nuovo ulivo» sono create ad arte per attirare l'attenzione dei politologi, ma finiscono con l'allontanare gli elettori. Lo smarrimento dell'elettore di sinistra cresce sempre più a dismisura quanto più si susseguono le miriadi di dichiarazioni dei vari leader, locali o nazionali, del centrosinistra. Chi di recente ha puntato il dito contro l'establishment del Pd non è stato solo Veltroni col suo documento, ma anche il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha attaccato il segretario Pierluigi Bersani, mentre l'ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari ha definito «una puttanata» il nuovo Ulivo.
Facile dunque prevedere che in questo marasma generale a trarne vantaggio siano stati Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. La sinistra radicale ed il popolo viola sono stati i protagonisti delle più grandi contestazioni avvenute durante la Festa democratica di Torino dove Raffaele Bonanni, leader della Cisl, è stato accolto con i fumogeni, mentre Franco Marini e il presidente del Senato Renato Schifani sono stati fischiati. Segno, questo, di un partito in rotta di collisione senza una leadership forte che abbia deciso se schierarsi con l'ala massimalista o con l'anima riformista della sinistra. Il Partito democratico annaspa e, in attesa di trovare tale leadership forte, si dilania al suo interno per la lotta alla poltrona di segretario anche perché il posto di candidato premier è vacante. Perché? Perché si è sciolto il nodo delle primarie? No, le primarie non si faranno perché l'ipotesi di elezioni, ogni giorno che passa, si allontana sempre di più e quindi cessa la necessità di scegliere se il segretario del partito debba essere anche il candidato premier (come vollero i veltroniani nel 2008), se si debbano fare le primarie (come vorrebbe Vendola) oppure se, come leader, la scelta debba ricadere su un «papa straniero», come ipotizzato in questi giorni da Veltroni e dai suoi fedelissimi. Quest'ultimo nodo verrà sciolto molto più facilmente se, come sembra, si concretizzerà la rottura con una scissione.

Pd. Le mille formule di un partito privo di rotta


 
di Francesco Curridori
  



martedì 31 agosto 2010


Ulivo, Unione, Pd a «vocazione maggioritaria», ed ora alleanze «a doppio cerchio». Con queste formule i leader della sinistra italiana hanno via via perso il contatto con il loro elettorato e con i veri problemi del paese. Il botta e risposta di questi ultimi giorni tra Walter Veltroni e Pierluigi Bersani è solo l'ultimo episodio dell'eterna diatriba tra i fautori del centrosinistra e quelli del centro-sinistra. Con o senza trattino. Passano gli anni, passano i leader ma l'unico problema dell'attuale opposizione ruota sempre intorno alle soluzioni che, di volta in volta, Massimo D'Alema e Walter Veltroni propongono per attrarre il centro, allungare o restringere il campo delle alleanze. È dal 1994 che, nel Pds prima e nel Pd poi, si scontrano la visione socialdemocratica di stampo europeo del primo (ora rappresentata da Bersani) e la visione liberaldemocratica di stampo kennediano-americano del secondo.
Nell'impostazione dalemian-bersaniana il Partito Democratico dev'essere il perno di un'ampia coalizione antiberlusconiana che riesca a trovare il modo più veloce di far cadere il governo del Cavaliere, senza curarsi troppo delle affinità programmatiche con gli alleati. E per far fuori il premier si è quindi disposti a tutto, a fare patti anche con quello che una volta si considerava il diavolo, il «fascista» Gianfranco Fini, e che oggi invece sembra essere uno degli interlocutori privilegiati per «salvare la democrazia». Il progetto bersaniano, già osteggiato da molti nel suo partito, prevederebbe alleanze «a doppio cerchio»: da una parte la rinascita di un ancora non ben definito «Nuovo Ulivo», dall'altra un'«alleanza per la democrazia», di cui potrebbero far parte anche Casini e Fini, per riformare la legge elettorale e salvare l'Italia da Berlusconi e Bossi. Ma un accordo sul tema appare un obiettivo alquanto complesso da raggiungere, viste le divisioni interne già presenti del Partito Democratico tra i sostenitori dell'uninominale (per lo più veltroniani) e quelli del proporzionale (per lo più dalemiani).
Senza considerare il fatto che, anche se si cambiasse la legge elettorale, il governo cadesse e si andasse ad elezioni anticipate, si riproporrebbe il problema della leadership. Nichi Vendola e Sergio Chiamparino sono già scesi in campo per minare la leadership di Bersani, eletto segretario poco meno di un anno fa. Vendola, governatore della Puglia, è tra i favoriti per la vittoria di eventuali primarie. Ma metterebbe a rischio l'alleanza con i cattolici, e potrebbe anche causare la fuoriuscita degli ex popolari legati all'ex ministro Giuseppe Fioroni, che seguirebbero nell'Udc gli ex colleghi di partito Enzo Carra, Renzo Lusetti e Paola Binetti.
E, comunque sia, dopo due anni di sconfitte i problemi del centrosinistra italiano non cesseranno sia che la leadership spetti a Bersani o a Vendola. Nel caso in cui si concretizzasse il progetto bersaniano dell'alleanza «a doppio cerchio» (Nuovo Ulivo + Alleanza per la democrazia) vi saranno grandi difficoltà a spiegare al proprio elettorato una coalizione che va da Vendola a Fini. Se, invece, Vendola dovesse diventare leader del centrosinistra, il vertice del Partito Democratico dovrebbe spiegare alla propria base perchè il primo partito d'opposizione debba abdicare alla guida della coalizione quando lo statuto, approvato neanche un anno fa, stabilisce che il segretario del partito sia anche il candidato premier per le politiche.

martedì 14 febbraio 2012

A quando la nascita di una sinistra italiana davvero riformista?











di Francesco Curridori
  



venerdì 27 novembre 2009

Maggioritario o proporzionale? Presidenzialismo o parlamentarismo? Federalismo si o federalismo no? Su questi tre quesiti si interrogano i politici della Seconda Repubblica per porre fine alla lunga transizione italiana iniziata dopo Tangentopoli. Certamente non si può dimenticare che anche nella fase finale della Prima Repubblica, sull'onda di quelle inchieste giudiziarie gestite dalla banda di toghe rosse guidata da Di Pietro, ci fu la modifica di un articolo della nostra Carta, ovvero l'art. 68 relativo all'immunità parlamentare con gli effetti che tutti conosciamo tanto che oggi si lavora per ripristinarlo.
Durante la Seconda Repubblica le riforme relative all'assetto politico-istituzionale dell'Italia sono state fatte o tramite referendum o a colpi di maggioranza. Nei primi anni '90 infatti furono i referendum voluti da Mariotto Segni a decretare l'addio al proporzionale e l'inizio di una nuova era che, insieme all'elezione diretta del sindaco e poi del presidente di Regione, ha determinato la nascita del bipolarismo. In sintesi è lecito ancora parlare di transizione perché l'opera dei referendari non è stata portata a termine con una riforma costituzionale che prevedesse maggiori poteri per il Presidente del Consiglio.
Si sta ancora discutendo su quale sia forma migliore: se il cancellierato tedesco, il premierato inglese, il semipresidenzialismo francese o il presidenzialismo puro all'americana, ma non si è ancora arrivati ad una sintesi comune tra maggioranza e opposizione. Ecco, in questi due termini sta la chiave di lettura perché nell'era del bipolarismo si è visto che chi era al governo ieri oggi sta all'opposizione e viceversa. Questo dovrebbe far riflettere sulla necessità di lavorare insieme per approvare riforme condivise così come auspicato sia da Gianfranco Fini, Presidente della Camera, sia da Fabrizio Cicchino, capogruppo del Pdl alla Camera.
L'unica riforma che è stata capace di attuare la sinistra negli ultimi quindi anni è stata quella del titolo V della Costituzione con un colpo di mano e a pochi giorno dallo scadere della legislatura 1996-2001, sotto il diktat dell'allora sindaco di Roma Francesco Rutelli, futuro candidato premier. Quella riforma, voluta appunto a colpi di maggioranza, ha introdotto un finto federalismo e ha prodotto dei continui conflitti di attribuzioni di poteri tra regioni e Stato centrale. Oggi come allora la sinistra, diventata pseudo «democratica», ma guidata da un segretario occulto molto poco postcomunista (Massimo D'Alema), è ancora legata ai diktat dei dipietristi per quanto riguarda la riforma della giustizia e ai «puristi» della Costituzione (come l'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro) per colpa dei quali nel 2004 non passò il referendum confermativo della riforma varata dal centrodestra. All'interno del Partito Democratico c'è però da parte di molti l'intenzione di accettare l'invito della maggioranza a ripartire dalla famigerata «bozza Violante» che fu presentata nella scorsa legislatura e anche l'ex ministro ai Rapporti col Parlamento Vannino Chiti, in questi giorni, all'agenzia stampa Il Velino, si è detto favorevole a seguire questa strada.
È anche vero che le regionali si avvicinano e che il centrosinistra si trova nella difficoltà di dover ricreare una «santa alleanza antiberlusconiana» che comprenda sia l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro sia l'Unione di Centro di Pierferdinando Casini che sulla giustizia e sulle riforme hanno visioni completamente opposte. Se da un lato il leader centrista è disposto ad approvare il lodo Alfano per via costituzionale, dall'altro non voterebbe mai una riforma federalista, come ha fatto invece l'ala dipietrista. Anche laddove le convergenze tra maggioranza e opposizione sono maggiori, come nel caso della riduzione del numero dei parlamentari, tutto è bloccato per motivi propagandistici e di convenienza politica. La domanda da porsi allora è: a quando la nascita in Italia di una sinistra davvero riformista?

domenica 12 febbraio 2012

I nodi della Giustizia italiana















di Francesco Curridori
  



martedì 13 ottobre 2009

Processi lenti, pubblici ministeri che fanno i giudici, assenza di meritocrazia. Sono questi i problemi irrisolti della giustizia italiana a cui il governo di Silvio Berlusconi intende porre rimedio. La Corte costituzionale è composta da 5 membri della magistratura, da 3 membri che sono stati nominati rispettivamente da Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, tutti presidenti della Repubblica appartenenti allo schieramento di centrosinistra, e da 5 membri eletti dal Parlamento, di cui 3 riconducibili al centrodestra e 2 al centrosinistra. Ora, se a questo si aggiunge che dei 24 membri che compongono il Consiglio Superiore della Magistratura ben 13 fanno parte di correnti di centrosinistra o sinistra estrema, 4 sono centristi e solo 2 sono riconducibili al centrodestra, si capisce che esiste un fortissimo sbilanciamento e che il potere giudiziario in Italia non è assolutamente indipendente dal potere politico.
Per risolvere questa anomalia il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha lanciato la proposta di effettuare un sorteggio, una sorta di preselezione tra dieci o 50 candidati per ogni componente da eleggere. Tutto questo per ristabilire un giusto equilibrio tra volontà popolare e rappresentatività nelle istituzioni. Non è pensabile che un Paese che vota centrodestra abbia tutte le istituzioni e tutti i poteri forti gestiti dalla sinistra giustizialista ed illiberale. Senza contare poi che il sistema dell'informazione, guidato in prima linea dal gruppo Repubblica-L'Espresso dell'«imparziale» Carlo De Benedetti, ci mette tutta la sua forza propulsiva per sostenere ogni attacco diretto a Silvio Berlusconi. Gli antiberlusconiani hanno ormai capito che non sono in grado di opporsi al nostro presidente del Consiglio con la normale polemica politica e con una valida alternativa di governo e per questo cercano di attuare una spallata che è riuscita solo nel lontano 1994, quando il primo governo Berlusconi cadde dopo soli sei mesi.
Ora però il clima è diverso, gli italiani hanno capito che c'è un disegno, un complotto teso a mantenere l'attuale status quo e ad impedire una vera riforma della magistratura. I cittadini-elettori che ogni giorno si imbattono nelle storture e nei cavilli della magistratura hanno bene presente i disagi a cui vanno incontro. Il vero problema non è soltanto la lentezza dei processi, ma la reale applicazione della legge. Ci si concentra in interminabili indagini contro Silvio Berlusconi e poi si rilascia un pedofilo un assassino proprio a causa di cavilli tecnici mal interpretati e ingiustamente applicati.
Il fatto gravemente rilevante è che nessun magistrato paga eventuali suoi errori, c'è una totale impunità a causa di un Consiglio della Magistratura troppo accondiscendente verso i propri colleghi. Vi sono scatti di anzianità, ma non esiste alcun controllo sulle ore effettivamente lavorate e nessun criterio veramente meritocratico che consenta di verificare il reale rendimento di ogni giudice e di ogni pubblico ministero. Se il centrodestra sarà compatto potrà attuare quella grande riforma da troppo tempo auspicata e richiesta.